NAVIGANDO CONTROVENTO

Le nostre sette parole perché: «Il populismo è la democrazia degli ignoranti, che segnala problemi reali e propone soluzioni false». È una citazione recente del filosofo spagnolo Fernando Savater che ci fa riflettere e ci rende chiaro il percorso da seguire, o da non seguire. Bisogna che si rifuggano i populismi, si prenda atto che una generazione si sacrifichi per quella successiva con la creazione di una nuova e diversa classe dirigente che si poggi su fondamenti chiari e leggibili. Autentici alla vista, al tatto, al pensiero e alla proposta. La scelta delle nostre sette parole chiave nasce fondamentalmente da questo.

Azione, Conoscere, Emersione, Impresa, Periferia, Sviluppo, Sud: queste le parole d’ordine. Perché queste sette e non per esempio trasparenza, etica, legalità? Semplicemente perché bisogna che ci si abitui a considerare normale essere trasparenti, legalitari ed eticamente corretti. Perché bisogna capire che il cambiamento dipende da noi e mai come in questo dato momento storico è cosa certa. Perché avere idee, oggi, e cercare di realizzarle è già di per sé rivoluzionario. Perché confrontarsi con gli altri è fuori dall’ordinario. Perché vedere “lungo” può sembrare oltraggioso. Perché cercare di non “dipendere” aiuta, noi e gli altri. Perché seminare aiuta a crescere chi ci sta intorno. Perché dare responsabilità aiuta a non scappare. Perché bisogna cominciare a capire che gli alberi si piantano oggi e i frutti si colgono tra 10 anni, forse. Perché se vuoi raccontare una storia ai tuoi figli e ai tuoi nipoti, quella storia la devi costruire, ne devi essere protagonista. Perché bisogna scommettere sulle persone, sul capitale sociale che esse rappresentano. Perché le nostre sette parole sono tutto questo, e altro ancora.

Azione perché bisogna muoversi, darsi da fare, sacrificarsi, modificare, non aspettare, non essere ignavi. Tutto parte da noi, autodeterminarsi è essenziale, partendo dagli uomini e dalle donne, con idee chiare e grande volontà. Azione partendo dalla trincea per frenare l’involuzione, e porre le condizioni per uscirne strategicamente, reagendo. Azione per l’ambiente, per la cultura, per la tutela dei diritti e dei doveri. Solo Azione in contrapposizione all’inerzia e alla rassegnazione imperante. Solo così si marca la presenza. Perché essa sia efficace ha bisogno di studi del contesto, delle possibilità che cova, delle criticità intrinseche, studiare il campo da gioco insomma. Perché agire significa essere vivi, perché l’azione produce effetti. Noi siamo per una “Società per Azioni” in cui nessuno subisca passivamente lo status quo.

Conoscere perché solo con la conoscenza non potranno imbrogliarti, solo con la culturasi potranno aprire le menti, solo conoscendo riusciremo a costruire, solo con una corretta informazione scavalleremo il muro che ci spinge in trincea, la conoscenza per noi è un concetto centrale e basilare perché rende consapevoli. Per noi la conoscenza è strumento e arma, per questo sosteniamo che sia inevitabile e non prorogabile investire sulla didattica e sulla ricerca. Conoscere i contesti, i fatti, le opportunità e le minacce, i punti di forza e quelli di debolezza, le logiche, il proprio territorio, le procedure amministrative, i bisogni primari e le aspettative e le modalità con cui questi hanno mutato i contenuti e i valori tra passato e presente. Solo attraverso la conoscenza puntuale si possono produrre progettualità diverse, alzando in qualche modo l’asticella. La conoscenza comporta avere radici, è prioritario.

Emersione perché solo dando visibilità a ciò che succede sul territorio, alle persone e tra le persone, uscirà fuori il meglio, o perlomeno ciò che si nasconde. Emersione quale sinonimo di possibilità, rinascita, libertà e responsabilità. Dobbiamo esigere concretezza e risultati certi, e noi vogliamo assumerci questa incombenza. Far uscire dall’ombra e dalla depressione sociale quelli che per noi sono gli attori principali: le persone. Il capitale sociale dev’essere in grado di far emergere i talenti, le idee, le professionalità/ competenze. Bisogna distinguersi e uscire dal piatto allineamento. Ed è un processo che bisogna assolutamente accelerare, per tornare in superficie, respirare, uscire da sorta di condizione di oppressione.

Impresa perché è ciò che trascina una società, è un sistema virtuoso che porta in sé concetti di rete, valorizzazione degli asset portanti per una comunità, coraggio, volontà, equilibrio, caparbietà e conseguente crescita territoriale. Impresa compatibile con il territorio e le sue risorse reali, non grandi aziende, no future cattedrali. Impresa per noi è guardare lontano, avere lo sguardo lungo, ponendo l’attenzione non su quali siano i costi per realizzare i progetti, ma quanto ci costa non farlo. Dobbiamo sostenere l’accesso al micro credito e quindi l’apertura alle sostenibilità del territorio, pensando a un sistema che potremmo definire FCS (fiducia, credito, sburocratizzazione). Un’impresa che non venga dominata dalla precarietà e dal ricatto sociale. È così che le imprese possono porsi quali identità di un luogo.

Periferia perché tutto ciò che non luccica lo è. Il concetto che deve passare è che esse non sono tutte uguali e quindi ognuna ha bisogno di un proprio progetto per un proprio obiettivo. Le periferie per noi sono sì urbanistiche, sì sociali ma soprattutto mentali, ed è lì che bisogna agire con più urgenza. Quello di periferia è un concetto che non deve essere necessariamente fisico, spesso è un vissuto che si racconta come disagio e rassegnazione. Un nuovo concetto di periferia può essere un nuovo centro di rivoluzione per il futuro, il luogo dove finalmente si possano capovolgere i punti di vista. Tutti abbiamo e riconosciamo una nostra periferia, intima o pubblica che sia. È in quelle che comunemente designiamo quali periferie che avvengono i primi cambiamenti e non coglierli è peccato mortale.

Sviluppo perché solo con esso si rinsalda un territorio e il suo inevitabile depauperamento. Puntare su cultura, su associazionismo, su un diverso welfare state, sulle persone, sul Sud e le sue risorse è l’unica via percorribile. Avere una strategia chiara rende necessario progettare, pianificare, formare, coordinare. Esso può avvenire solo attraverso la dinamicità, l’innovazione, la flessibilità che questa sorta di glocalizzazione può portare. Se le politiche non prendono in considerazione lo sviluppo non hanno senso. Solo rimanendo in parametri chiari si potrà evadere dall’ambiguità della parola sviluppo, affinché essa non abbia la solita connotazione: industrializzazione selvaggia, freddo tecnicismo, precarietà dei lavori e delle persone, soddisfazione di bisogni economici tout court. Bisogna puntare a uno sviluppo sinonimo di progresso etico-sociale di una comunità.

Sud perché solo da esso può ripartire il cammino, è inevitabile. È da qui e dalle esigenze estreme che “sopporta” che possono venire le soluzioni. Bisogna ridare credibilità, voglia di riscatto, rispolverare il potenziale in seno. Il Sud si sta avviando verso un processo non di scoppio, come si potrebbe pensare, ma di consunzione lenta e inesorabile, e questa è la tendenza che bisogna assolutamente invertire. Ne va della prospettiva dell’intero Paese.

Primo obiettivo la qualità e la formazione di una nuova classe dirigente e di riporto quindi delle Istituzioni, senza cercare e aspettare aiuti “altri”: il Sud aiuti se stesso. Punti in maniera dirompente sul proprio capitale sociale.

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