Emergenza idrica o emergenza democratica?

Alcune parole hanno cambiato uso e significato nel tempo, ciò non solo e non sempre per un normale adeguamento ai tempi nuovi, ma anche perché forzate a un uso improprio e, a volte, strumentale. È il caso della parola emergenza, leggo dal vocabolario Treccani: “emergenza s. f. Circostanza imprevista, accidente […] momento critico, che richiede un intervento immediato […] situazioni di improvvisa difficoltà […] Nel linguaggio giornalistico, situazione di estrema pericolosità pubblica, tale da richiedere l’adozione di interventi eccezionali”.

È evidente come le definizioni citate non corrispondano a quanto ciascuno di noi verifica nella quotidianità dove, sovente, il termine è usato senza che vi sia né l’eccezionalità né l’imprevedibilità. Infatti è difficile che passi molto tempo senza che la cronaca non annunci un’emergenza che, almeno come tipologia, non ci sia già nota. Gli esempi sono tanti: emergenza rifiuti, emergenza climatica, emergenza droga, emergenza occupazione, emergenza migranti… Casi diversi ma per i quali, in ogni caso, l’uso del termine emergenza è fuorviante.

Da alcune settimane si è riproposta l’emergenza idrica che, fortunatamente, non è stata interamente addebitata a Giove pluvio. Infatti il ministro Galletti dichiara (AdnKronos 23-6-2017) «Le misure strutturali ora sono necessarie. La situazione di emergenza rischia di essere la normalità. Bisogna aumentare gli invasi, piovono 300 miliardi di metri cubi d’acqua e noi ne intercettiamo solo l’11%, dobbiamo fare l’infrastrutturazione». Verrebbe da dire: “meglio tardi che mai!”, ma la crisi idrica in alcune zone d’Italia è quotidianità e da molti anni, da più parti, si denunciano i pericoli e si invocano soluzioni. La Protezione Civile, a esempio, da tempo raccomanda misure di prevenzione: «Per evitare l’acuirsi di crisi idriche è opportuno mettere in atto una serie di provvedimenti, anche individuali, per poter preservare e gestire nel modo più opportuno il patrimonio idrico nazionale: gestire in maniera oculata e razionale le falde acquifere, ridurre i consumi, realizzare interventi di riparazione o di rifacimento delle condotte, impiegare reti di adduzione e distribuzione duali che consentono l’utilizzo di acqua pregiata per fini potabili e di acqua depurata per alcuni usi compatibili».

Insomma, le tante emergenze irrisolte che si ripropongono periodicamente nel dibattito pubblico fanno sorgere il sospetto che si voglia eludere una scomoda verità che riguarda tutti noi: l’emergenza è un alibi per mascherare l’incapacità ad affrontare problemi complessi, la difficoltà di aggregare i cittadini su temi nazionali che richiedono progetti e interventi di lunga durata.

Il fenomeno è, a mio parere, il sintomo di una emergenza diversa che attiene alla qualità della nostra democrazia. Per descrivere sinteticamente la situazione si potrebbe ricorrere a un libro di Peter Maier “Governare il vuoto”. Il vuoto per l’autore è la divaricazione crescente fra governanti e governati; giacché i primi si sono allontanati dalla realtà per occupare i “palazzi”, i secondi disillusi e sfiduciati abbandonano anche quella forma di partecipazione minima che è il voto. L’astensionismo è una piaga della quale tutti i politi- ci si dichiarano preoccupati ma, in realtà, importa poco se ottengono la maggioranza dei voti sulla base del 50% o del 90% degli aventi diritto.

Ciò pone il tema della governabilità. Essa presuppone la capacità di individuare un nucleo di interessi durevoli e di realizzare una vasta aggregazione di consensi attorno a esso. La governabilità non dovrebbe essere, sembra ovvio affermarlo, ma non lo è, fine a se stessa. Se pur essa presuppone una maggioranza nelle assemblee elettive non può esaurirsi in un dato numerico che dovrebbe solo sancire la responsabilità e la capacità di un partito o di una coalizione, di attuare un programma politico capace di dare risposte serie e durature ai problemi anche strutturali e, a tal fine, raccogliere il consenso della maggioranza dei cittadini.

In altre parole il potere, seppur ottenuto nel rispetto formale delle regole democratiche, non sembra di per sé sufficiente a dirigere processi complessi. La politica ridotta a marketing politico/elettorale non solo allontana i cittadini, come dimostra l’astensionismo crescente, ma ottiene un consenso effimero destinato a disperdersi al primo inciampo.

Oggi il mito della governabilità, paradossalmente, ha un effetto deleterio. Infatti se perseguito attraverso la ricerca di un facile consenso e con l’aggregazione di forze disomogenee, inevitabilmente porta a programmi/interventi di breve respiro che hanno una visibilità immediata, ma incapaci di incidere profondamente, strutturalmente nei problemi del Paese.

Sarebbe un errore pensare che tutto ciò sia solo colpa della classe politica incapace di aggregare e motivare i cittadini. Infatti larga parte dell’opinione pubblica non è disponibile ad aperture di credito per progetti, iniziative destinate a produrre effetti benefici in un futuro più o meno remoto. Pertanto gli eletti sono misurati nel breve periodo e preferiscono erogare un bonus piuttosto che investire, a esempio, nel riassetto territoriale. Ancora, preferiscono essere paladini di un appariscente (e appetitoso) Ponte sullo Stretto che di un profondo riassetto della rete idrica, impegno utilissimo ma oscuro.

Un ulteriore segnale negativo è la fiducia verso i partiti, che solo il 6% degli italiani, secondo il “Rapporto 2016 Demos&pi”, dichiara di avere. La sfiducia verso i partiti ma, più in generale, verso le Istituzioni alimenta un circolo vizioso dove causa ed effetto si rincorrono, sembrano prevalere le domande che richiedono risposte a breve termine e la politica si predispone a esaurirle; un ciclo diabolico da cui sembra impossibile uscire e che richiama un’immagine di Guido Crainz: “La ruota dello scoiattolo”.

Fin quando il praticabile immediato prevarrà sul possibile complesso sarà inevitabilmente penalizzato il nostro futuro e quello delle nuove generazioni. Se ciò divenisse consapevolezza diffusa, credo che l’indispensabile Politica riacquisterebbe la sua dignità e la sua forza positiva.

Massimo Calise

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