“I miei genitori non hanno figli” Intervista allo scrittore Marco Marsullo

“Cazzaro, con poca voglia di dormire e un velo di malinconia negli occhi”, questa è la descrizione che Marco Marsullo, scrittore napoletano classe 1985, offre di se stesso alla domanda su quanto di autobiografico ci sia nei suoi romanzi ed, in particolar modo, in quest’ultimo “I miei genitori non hanno figli”. E basta davvero poco per credergli: Marsullo riesce a racchiudere nel suo sguardo bonario i personaggi che hanno caratterizzato la prima parte di questo suo percorso da romanziere, scisso tra comicità, epica stracciona e quel succitato “velo di malinconia”. Dopo l’esordio, a tratti tragicomico, di “Atletico Minaccia Footbal Club”, dove a tenere le fila della narrazione è l’allenatore Vanni Cascione – “un po’ arrogante, un po’ ingenuo, un po’ sognatore e un po’ canaglia”, e dopo la premiata seconda opera “L’audace colpo dei quattro di Rete Maria che sfuggirono alle Miserabili Monache”, dove quattro vecchietti spericolati la fanno sotto il naso alle suore dell’ospizio per andare a compiere forse l’ultima e indimenticabile bravata della loro vita, l’autore partenopeo decide di mettere in luce l’animo più introspettivo dei suo personaggi pur senza mai privarli di quell’estro e vivacità che sono ormai divenuti un vero e proprio marchio di fabbrica.

Polis SA Magazine si è fatta raccontare da Marco Marsullo l’intricato universo dei suoi adorabili personaggi, e non solo.

Partirei proprio dal tuo ultimo romanzo. Mi incuriosisce sapere quanto di autobiografico c’è in “I miei genitori non hanno figli”: com’era Marco Marsullo a 18 anni?

«Di autobiografico ci sono alcuni tratti del rapporto con i miei genitori, all’epoca dei miei diciotto/vent’anni. Alcune caratteristiche di entrambi, l’incomunicabilità di fondo e il peso del dolore che accompagna ogni famiglia che si divide (ma talvolta anche quelle che restano unite). Marco a diciotto anni era molto simile a come è adesso; cazzaro, con poca voglia di dormire e un velo di malinconia negli occhi».

Parli di responsabilità d’essere figlio e del difficile rapporto con il mondo dei genitori. Cosa ti ha spinto verso una forma di riflessione più introspettiva rispetto ai primi due romanzi?

«Questo libro ce l’avevo dentro da un po’, proprio come bisogno, probabilmente, prima che come storia. Parlarne, scriverne, pensarci, mi è servito molto a capire tante cose che in questi anni erano rimaste un pochino a metà dentro. È stato divertente come con i precedenti due con Einaudi, ma forse un filo più doloroso. Ma alla fine è bello scrivere qualcosa di diverso rispetto a quello che si è scritto prima; come autore proverò sempre a innovare il mio lavoro, rischiando anche il tutto per tutto. Altrimenti non mi divertirei a fare questo mestiere».

Come t’immagini nel ruolo di genitore? Riuscirai a mettere da parte le aspettative inevitabilmente deluse di cui parli nel libro?

«Nel romanzo c’è una riflessione, a un certo punto, che è quella che mi porto dentro da sempre. Non so che genitore sarò perché essere genitori non è una cosa che si può immaginare senza viverla, almeno non completamente. Per mia fortuna, qualche anno fa ho avuto a che fare con un bambino, il figlio di una mia ex fidanzata, e devo dire che è stata l’esperienza più bella, radiosa e sofferta della mia vita. I bambini sono un universo difficilmente gestibile, devi provare ad affiancarlo con grazia e presenza, ascoltando tutto, ogni universo è differente dall’altro. Ogni bambino, ogni ragazzo, va ascoltato e capito, prima che educato».

Dall’allenatore Vanni Cascione ai quattro vecchietti de “L’audace colpo…”, da dove trai spunto per i tuoi personaggi? C’è un personaggio da te creato che hai amato particolarmente? «L’ispirazione non so da dove viene, credo le storie ti vengano a cercare in talmente tanti modi che elencarne un paio sarebbe fuorviante, oltre che inutile. Credo che la chiave più importante per chi racconta storie sia l’ascolto, prima che la scrittura. E se mi chiedi chi ho amato particolarmente, che non vuol dire più di tutti, ti dico proprio il ragazzo di

quest’ultimo romanzo. Perché è saggio e fragile».

Già ne “L’audace colpo…” c’è un’attenzione particolare per la sfera sentimentale. Si parla d’amicizia, soprattutto. “I miei genitori non hanno figli” pare voglia scavare ancora più in profondità la natura dei rapporti umani. Dove avverti sia diretta la tua scrittura?

«Questo non lo so proprio, perché sarebbe come dire: dove sei diretto tu. Il bello di inventare per lavoro è che non sai mai cosa ti potrà capitare, nelle tue storie. Vediamo che succede».

Quanto pensi abbia influito la tua città (Napoli) nella tua attività di scrittore?

«Poco, onestamente. Se mai sulla mia personalità, quello tanto, essere di Napoli ti dà una patente emotiva unica, che quando giri per il resto dell’Italia, o nel mondo, ti fa osservare tutto con occhi attenti e curiosi. Ma sulla scrittura credo poco, se mai su qualche personaggio, ma quello è sottinteso».

C’è già qualche idea per il prossimo romanzo?

«C’è già proprio, quasi, il prossimo romanzo. Ma ce ne sono tantissimi, qua dentro, datemi il tempo di scriverli. Intanto recuperate quelli vecchi, se vi mancano. Sono carucci, dai».

Carmine Vitale

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