Oscar2016: Ennio Morricone, nelle sognanti terre selvagge

L’Italia della musica e del cinema torna a trionfare nella manifestazione d’oltreoceano per eccellenza: l’Academy Award, meglio nota come Oscar. Al Dolby Theatre di Los Angeles si è celebrato il western di maniera anche se solo da un punto di vista puramente musicale.

Il maestro Ennio Morricone vince il suo meritatissimo secondo premio Oscar della carriera per la colonna sonora dell’ultima fatica di Quentin Tarantino – “The Hateful Eight” e dal palco lancia un messaggio importante all’Academy of Motion Pictures Arts and Sciences: «Non esistono grandi colonne sonore senza grandi film che siano d’ispirazione», e strizza, così, l’occhio al regista americano che nella sua brillante carriera ha collezionato solo 2 nomination (“Pulp Fiction”, “Bastardi senza gloria”) senza portare a casa alcun premio.

In un momento storico in cui il termine “geniale” è spesso abusato, bisogna riconoscere quanto meno astuzia e dinamismo intellettuale al Tarantino regista, che ha consegnato le chiavi della propria opera cinematografica al Maestro per eccellenza del genere western. In un’intervista recente proprio il regista aveva dichiarato: «Ho rincorso Morricone e l’ho voluto fortemente in questo film perché è il mio compositore preferito – e quando dico “compositore preferito”, non voglio dire “compositore di colonne sonore”, parlo di Mozart, Beethoven o Schubert». Basti pensare, per esempio, a come Morricone abbia accresciuto la già immensa componente immaginifica di pellicole come: “Trilogia del dollaro” e “C’era una volta il West” (Sergio Leone), “Il Mercenario” (Sergio Corbucci) o “Il mio nome è Nessuno” (Tonino Valerii). L’immaginario di Morricone, diciamola tutta, è però inevitabilmente legato alla produzione del regista italiano Sergio Leone: mai la componente visiva e musicale ha trovato così tanto terreno fertile. Due volti, due eccellenze in grado di far impallidire le milionarie produzioni degli Studios americani. Gli spaghetti-western di fine anni ‘60 si tingono di magia, laddove tramonti infuocati e sabbia rovente corrono sulle note di una corriera sonora e fischiettante.

Era inevitabile: il genere western doveva tornare a ruggire. E non poteva trovare interprete migliore in Tarantino che, in ogni sua pellicola, si concede il lusso della citazione che sconfina nella furba reinterpretazione. “The Hateful Eight”, da questo punto di vista, racchiude perfettamente i tratti connotativi del genere: personaggi rudi e sporchi, ambientazioni scarne, lande desolate. Volendo soffermarci pochissimi istanti sulla sola pellicola, sicuramente merito assoluto è la scelta di concepire l’intera azione filmica in un’unica location: sceneggiatura e trama fanno il resto.

Ma torniamo alla musica. Da buon plasmatore di suoni il maestro Morricone ha messo a segno un’altra grande opera con “The Hateful Eight”. Le atmosfere sono giuste, sempre costantemente tese, preludenti a qualche inaspettata evoluzione. Probabilmente, non la miglior colonna sonora firmata dal musicista romano eppure le intuizioni, come al solito, sono quelle giuste: la fanfara morriconiana si districa nei sentieri innevati di red rock, anima i dialoghi serrati di un cast d’eccezione, accresce l’acredine in un finale dai risvolti inattesi. Tarantino celebra il genere western, Morricone riesce ancora a esaltarlo a distanza di decenni: per il film sono state infatti usate tre tracce inedite di Morricone, composte dal maestro italiano per la colonna originale de “La cosa” di John Carpenter (1982) e poi non usate – “Eternity”, “Bestiality”e “Despair” – mentre il resto delle musiche sono inediti esclusivi.

L’arte italiana, dunque, si è riaccesa in una notte dai tratti internazionali. È sintomatico che a rappresentare il made in Italy di cui andare davvero fieri sia un arzillo ottantasettenne che non ha mai perso il proprio geniale (concedetemelo) estro: «Dedico questo importante riconoscimento a mia moglie Maria», come a voler significare: l’amore come la musica sono indissolubilmente legati a un doppio filo.

Carmine Vitale

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