Nocera, le città tra due santuari

Esistono luoghi e tradizioni che sono cari a tutta la popolazione delle città di Nocera. Feste e riti di origini antichissime che, da secoli, aggregano tutti i nocerini, indipendentemente dalla semplice residenza. Materdomini è una delle frazioni, o quartieri, della città di Nocera Superiore, conosciuta sia per il manicomio, ma soprattutto, e non solo nella realtà dell’Agro nocerino-sarnese, per la basilica dedicata alla Madonna di Materdomini, luogo in cui ancora oggi rivive una delle più antiche tradizioni folkloristiche e religiose della città, e una delle poche feste che riesce a riunire non solo la città di Nocera Superiore, ma anche quella di Nocera Inferiore, addobbando le icone presenti nei cortili e richiamando verso il santuario gran parte della popolazione. La storia della Madonna di Materdomini inizia quasi un millennio fa. Secondo la tradizione, era il 1041 quando i ripetuti sogni di una contadina “buona e pia”, richiamarono l’interesse della popolazione locale portando alla scoperta in una cisterna nascosta sotto terra, di un’icona bizantina in cui era raffigurata l’immagine della Vergine con in braccio un bambino, conservata perfettamente tra due lastre di marmo. Le cronache ci hanno raccontato che la contadina chiamava Caramari, cioè “cara a Maria”, e nulla più. Da quel momento in poi, la devozione nei confronti della Madonna di Materdomini è cresciuta sempre più. Fu costruita prima una piccola cappella, poi una chiesa più grande, fino ad arrivare al maestoso Santuario odierno, abbellito da marmi e dipinti. Anche se ha ricevuto gravissimi danni durante il secondo conflitto mondiale, la basilica è arrivata a noi in maniera quasi perfetta. Con l’eruzione del Vesuvio del 1631, moltissime persone, per scappare dal pericolo si diressero a Materdomini, poiché la Madonna proteggeva il territorio dalle calamità. Si narra, infatti, che il Santuario non subì nessun danno rilevante. Probabilmente è da quel momento che iniziò la festività dell’Assunta come la conosciamo noi oggi. Carri trainati da cavalli, con l’immagine della Madonna illuminata da torce o candele, partivano da ogni dove, accompagnati da canti o preghiere, per trascorrere la notte del 13 e 14 agosto in compagnia della Vergine. Ancora oggi questa tradizione è viva, tramandata da generazioni in generazioni e raccontata in “Ninfa Plebea”, il romanzo col quale Domenico Rea ha vinto il Premio Strega.

Si parte con i carri in piena notte, accompagnati dai fuochi d’artificio per richiamare l’attenzione dell’intera popolazione, e si arriva nel piazzale del Santuario per la celebrazione della messa. Fa cornice a tutto ciò la famosa “palatella con ‘a ‘mbupata” il pane affusolato alle estremità con melanzane tagliate a fette sottili messe sotto sale e condite con l’aceto, il tutto accompagnato da alici salate. L’odore della palatella, delle melanzane, il frastuono dei canti popolari, il silenzio del Santuario, oggi come allora, quasi in maniera intatta accompagna i solenni giorni di Materdomini.

C’è un Santuario anche nell’altra Nocera. Quel piccolo edificio bianco che guarda la città dall’alto, facendosi spazio tra il fronte verde di Montalbino. Lì, un tempo, c’erano tre fonti. I contadini che s’inerpicavano tra i sentieri del monte, vi facevano abbeverare gli animali, prima di proseguire la salita che li avrebbe portati a vendere le loro merci in Costiera. Mentre le bestie riposavano, i fedeli rivolgevano una preghiera e un saluto all’antica effige della Madonna dei Pigni. Nel Cinquecento, si rifugiò presso quella chiesetta il condottiero nocerino Giambattista Castaldo che, per sciogliere un voto, edificò lassù un convento consacrandolo all’ordine degli Olivetani. Quando i monaci, nel Settecento, spaventati da una frana, scesero a valle, insieme alle ricchezze presenti nella loro struttura, portarono con loro l’antica icona dedicata a Maria. L’effige della Madonna dei Pigni guarda ancora i suoi devoti, ma non più dall’alto. Li osserva, quasi negli occhi, in una nicchia laterale della chiesa di San Bartolomeo a Piedimonte. I nocerini, però, rendono ancora omaggio alla vecchia Madonna, raggiungendo l’antica cappella (poi divenuta convento e infine Santuario), per trascorrervi la loro pasquetta particolare, quella che si tiene di martedì, salutando non più un affresco, ma una statua.

Galante Teo Oliva

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