Il focolare domestico teatro di violenza assistita

La violenza assistita è una delle svariate forme di violenza psicologica perpetrata tra le mura domestiche. Un bambino che assiste a scene di aggressività, violenza verbale, fisica o sessuale tra i genitori o tra questi ultimi e un fratello è vittima di violenza domestica, sia quando è uno spettatore diretto che indiretto, cioè quando ne è a conoscenza e ne percepisce gli effetti. I livelli di violenza psicologica a cui un figlio può essere esposto sono differenti: dalla piccola violenza quotidiana alla forma più grave di abuso. Genitori che amplificano i loro stati ansiosi nei figli, esponendoli a situazioni psicologiche difficili da affrontare, non curandosi dell’elevato carico emotivo che provocano ai loro figli, commettono violenza assistita. Eccellente esempio di violenza assistita è la separazione conflittuale, nella quale uno o entrambi i genitori espongono direttamente o indirettamente i figli alle reciproche dispute. Negli ultimi venti anni tale ambito di ricerca è divenuto oggetto di interesse multidisciplinare e lo sguardo è stato rivolto verso situazioni meno “visibili”, più nascoste, ma egualmente pericolose per il benessere psico-fisico del bambino, abusato, maltrattato e trascurato. Alcuni studi di psicopatologia dello sviluppo dimostrano che il bambino esposto a violenza domestica ha maggiore probabilità di sviluppare un disturbo cognitivo, sociale, emozionale e\o comportamentale. Non a caso frequentemente in questi bambini si riscontra depressione, auto-aggressività, disturbi dell’alimentazione e disturbo dell’attenzione e iperattività. Non è però dimostrabile una correlazione tra vissuti di abuso e maltrattamento e l’insorgenza di esiti clinici perché, alla storia evolutiva del bambino, contribuiscono molteplici elementi che combinandosi tra loro possono concorrere alla manifestazione di comportamenti a rischio. La crisi dei fattori di protezione e l’insorgenza di fattori di rischio segue una traiettoria del tipo esponenziale non lineare, dovuta all’interazione dinamica di fattori appartenenti al livello biologico, psicologico, sociale e ambientale. È preferibile affrontare situazioni di maltrattamento nei bambini andando oltre la ricerca sistemica di sintomi possibili, ma cercando di individuare chiavi di lettura che aiutino a comprendere i meccanismi attraverso i quali quelle esperienze possono internalizzarsi modificando l’organizzazione psico-affettiva e le modalità di comunicazione e interazione con l’ambiente esterno. La famiglia, fattore protettivo nello sviluppo del bambino, in molti casi risulta essere il luogo in cui essi sono esposti a situazioni pregiudizievoli. Oggi la genitorialità appare sempre più fragile, indebolita dalle profonde tensioni, continuamente esposta a condizione di vita stressanti, a incertezze e solitudine. La genitorialità ha bisogno di essere posta al centro di un nuovo interesse che ne riconosca le potenzialità ma anche le ombre. Bisogna costruire una rete di servizi che dia sostegno ai genitori nello svolgimento dei compiti educativi nell’affrontare le difficoltà che inevitabilmente comporta l’educazione di un figlio. Le madri e i padri devono essere sostenuti aiutandoli ad accettare paure, frustrazioni, a promuovere competenze e capacità per far fronte a eventi stressanti e ad avere il coraggio di chiedere aiuto. Lo Stato si deve fare carico delle situazioni di disagio dei bambini e delle loro famiglie attuando programmi di prevenzione e vincolando istituzioni, servizi, famiglia, scuola e comunità in un impegno congiunto. A questo punto sorge il dubbio: chi è la vittima, il bambino privato dell’infanzia o l’adulto privo di genitorialità?

Maria Soccorsa Cuomo
Psicologa specializzata in vittimologia ed esperta in analisi comportamentale metodo ABA

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