“IL PROFESSORE E IL PAZZO”.

Anni 70 del XIX secolo, Oxford: il docente autodidatta James Murray sta per prendere la direzione dell’Oxford English Dictionary, dopo che, per quasi un ventennio, i massimi accademici non erano riusciti a mettersi d’accordo su metodo di raccolta e catalogazione dei lemmi di quella che sarà la summa storica della lingua inglese. Il più stretto e fidato collaboratore di Murray sarà, da un manicomio criminale, un assassino e schizofrenico, un medico americano… Di fatto, questo film (IRL-USA, 19) è un biopic, quella che possiamo definire una biografia storica romanzata: non di un personaggio, ma di un’impresa titanica. Quella della creazione del più prestigioso, completo, dettagliato dizionario di quella lingua. E il veicolo drammatico-emozionale di questa narrazione, tratta dal romanzo omonimo di Simon Winchester, è il rapporto tra Murray e il pazzo, il medico rinchiuso a Broadmoore. Da mettere nel dovuto rilievo che il motore di tutta l’operazione è quel genio scombiccherato di Mel Gibson: ne ha comprato i diritti e l’ha gestito produttivamente, oltre che interpretato. Egli stesso ha scelto il regista, l’iraniano, ma operante a Hollywood, Fahrad Safinia; che però è accreditato, ovvero indicato nella comunicazione del film, per ragioni contrattuali, con lo pseudonimo di P.B. Shemran. Infatti, a pensarci bene, chi più di Mel Gibson, che è Murray, poteva mettere su un’opera in cui rendere, contemporaneamente, il senso materiale, faticoso e difficile, ma anche astratto, e perfino filosofico-metodologico di quest’impresa colossale; andando a scovare, altresì, i fiumi misteriosi e sotterranei di umanità “interrotte e sconnesse”, disperate e sofferenti che si accompagnano spesso a imprese date per perdenti? E che, invece, proprio nel rovesciare le attese, dando fondo a quelle energie e sensibilità che si annidano in simili personalità, arrivano al successo? Vero è che molto cinema americano, all’apparenza, ci ha ammannito tali edificanti paraustielli (esempi). Ma la sofferenza e il pathos che vi ha immesso questo grande (yes!… è così che lo giudico…), e che spesso vediamo caratterizzare il suo cinema, sono di un’energia, una sincerità sanguinante che rendono unico e affascinante il senso di gran lunga maggioritario del film. Che, purtroppo, nella parte finale indugia troppo sugli spazi da dare agli spieghi e ai parlati. Però vorrei porre in evidenza come negli autori del film abbia suscitato interesse non solo la bellezza dell’empatica, non solo genericamente umana, solidarietà nel rapporto umano tra i due; rapporto che è il focus drammatico del film, peraltro storicamente documentato: ma proprio l’originalità e la genialità dell’”operazione Dizionario”. Murray, dottissimo e coltissimo; aperto al nuovo, non appartiene al mondo accademico, perché non ha titoli universitari. Si rende immediatamente conto che il limite del Dizionario erano proprio quegli esangui ed evanescenti eruditi cattedratici “ufficiali”, benché attaccati alla spocchia presuntuosa dei loro privilegi, chiamati a definire i vocaboli. Quindi che fa? Rovescia il tavolo. Chiama i popoli e le comunità degli utilizzatori e fruitori della lingua inglese, sparse per l’intero orbe terracqueo (erano i tempi del massimo sviluppo imperialista inglese), a dare un contributo: certificare significato e storia delle singoli voci, con puntuali citazioni tratte dall’intera letteratura di lingua. Una richiesta di collaborazione che fuoriesce dagli angusti confini dell’accademia: una chiamata alle armi “dal basso” di cittadini parlanti e pensanti con lo stesso tramite linguistico. Un’idea rivoluzionaria. E così i “nuovi” accademici diventano tendenzialmente migliaia. E tra questi il dottore folle è quello più costante, assiduo, attento e preciso, con diverse migliaia di schede di lemmi. Perciò Murray è incuriosito e vuole conoscere il personaggio: quando lo fa ne comprende appieno la combattuta e divisa personalità. Gli si accosta con rispetto ed umiltà, diventandone amico, anzi “fratello”, come è detto in un momento di alta emotività nel film, ed estimatore. Nel frattempo la narrazione ha definito la personalità del folle, un ardente Sean Penn; l’ha messo in contatto con i suoi abissi di oscurità e rimorsi: il suo rapporto con la vedova (l’attrice Natalie Dormer) del giovane che ha ucciso è un film nel film. Perché ha un suo percorso, come anche il rapporto con la struttura carceraria, il medico capo, algido rappresentante dell’istituzione punitiva e reclusiva in materia di sanità mentale, i secondini (tra cui c’è un Eddie Marsan di matura e silente umanità). Però ciò è funzionale alla costruzione del rapporto con Murray e il Dizionario: non capiremmo né apprezzeremmo l’intensità dello splendore della luce di quella speranza che gli viene da questo rapporto, se non cogliendo appieno quei demoni che si agitano nella sua psiche sanguinante. La sceneggiatura, cui ha collaborato il grande John Boorman (oggi più che ottantenne, regista di “Excalibur” e tanti altri), sostiene queste complessità con scansioni chiare e sicure; aiutata da una ricostruzione scenografica storicamente accurata: ma “parlante”, non solo decorativa. E così la foto, del danese Kasper Tuxen, dà quel senso iconografico dell’epoca.

Francesco Capozzi

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