VIRGINIA ED IO…(II° PARTE)

(… continua) Dopo il parto Virginia era magrissima: si era tenuta a stecchetto per non ingrassare troppo. Carlo entrò nella stanza mentre ero lì. Appena mi vide notai subito uno sguardo strano rivolto alla moglie, stava come per chiederle “Cosa ci fa questa qui?” … lei subito si voltò verso di me e mi disse che era stanca e che aveva bisogno di riposare. «Certo!» le dissi, «ci vediamo quando torni a casa».

Come promesso andai a trovarla dopo qualche tempo.

Ero dietro la porta, stavo per suonare quando sentii che stavano litigando. Stavo per andar via quando un colpo sordo mi fece sussultare, sentivo che lei non parlava più, sentivo il bambino che piangeva e lui che continuava a sbraitare «tu non sai cosa significa essere una buona madre, né una buona moglie. Guarda che schifo che c’è qui». Virginia non parlava, il bambino continuava a piangere. Ad un certo punto sentii la porta che si stava aprendo, mi nascosi, lui uscì lasciando la porta un po’ aperta. Mi affacciai, la vidi a terra, si reggeva tra le mani la testa che lui le aveva sbattuto contro il muro.

Presi il bambino e lo cullai per cercare di farlo calmare, aveva fame.

Preparai il biberon e le chiesi «vuoi darglielo tu?» . Era ancora a terra, mi guardò. Quegli occhi non me li scorderò mai, non era lei, non più. Riuscì a sedersi sul divano e prese in braccio Paolo che finalmente si calmò. Senza dire neanche una parola, le avevo perse tutte, cominciai a togliere da terra i cocci di quello che doveva essere una lampada. Le lavai i piatti, le misi un po’ in ordine il salone e quando Paolo si addormentò mi ringraziò e mi pregò di non parlarne con nessuno. Io le feci solo una domanda prima di andar via «sei felice?», mi rispose «alcuni giorno di più altri di meno, ma così è che va un po’ a tutti no?», «No, non va così a tutti» e chiusi la porta dietro di me. Ero così arrabbiata con lei. Stava buttando la sua vita, quella a cui io tenevo di più. Mi sentivo tradita.

Puoi dare il tuo aiuto solo a chi vuole essere aiutato”. Me lo ripetevo come un mantra, dovevo assolutamente accettare che quella era una sua scelta, ma non riuscivo.

Una sera, Paolo aveva 3 anni, eravamo in una di quelle rare occasioni in cui uscivamo insieme, io cercavo sempre di evitare perché andava a finire sempre allo stesso modo:  una notte insonne a pensare a lei, a lui, e al bambino.

Stavamo parlando di Paolo, al quale piacevano i trenini ed io mi proposi di regalarglielo per Natale, Carlo si girò verso di me, con un’aria soddisfatta e mi disse che a Natale non ci saremmo visti perché si sarebbero trasferiti in Lombardia.

Ma come in Lombardia? …  a fare cosa? … E così me lo dici?

Lui aveva trovato un lavoro, al chè  gli dissi che avrebbe potuto trasferirsi da solo e fare la spola.

Mi guardò con odio e mi disse che avrei dovuto farmi “i cazzi miei”.

Cominciò così un terribile scontro tra me e lui, lo stavo aspettando con ansia e forse lo aspettavamo entrambi, vedevo che stringeva i pugni, avrebbe voluto menarmene uno, ne sono certa!

All’arrivo del primo piatto che avevamo ordinato al ristorante, lui afferrò per il braccio Virginia e il bambino e li portò via.

Quella notte non riuscii a dormire, come al solito. Pensavo a cosa avrebbe potuto farle, per colpa mia.

La mattina dopo la chiamai, preoccupatissima. Mi rispose con un tono un po’ strano. Mi chiese di non intromettermi più tra lei e il marito. Lui aveva ragione, dovevo farmi “i cazzi miei”.

A quelle parole mi arresi.

Puoi dare il tuo aiuto solo a chi vuole essere aiutato…

Da quel giorno passarono 4 anni. Si erano trasferiti. Ogni tanto incontravo la madre di Virginia e le chiedevo notizie, ma non ne aveva, erano mesi che non riusciva a contattarla: aveva avuto una discussione con Carlo e Virginia aveva preso le sue difese, così aveva tagliato fuori anche la sua famiglia.

Un giorno, dalla porta del mio ufficio vidi una donna, con un lungo trench marrone più grande di qualche taglia, magrissima. «Mi dica!». «Sono cambiata così tanto da non riconoscermi?» era lei, Virginia, la mia Virginia …  stava per venirmi un infarto, il cuore saltò un battito.

L’abbracciai forte. Non potevo crederci, più la guardavo più non la riconoscevo.

Mi raccontò che Carlo l’aveva tradita e che lei per questo l’aveva lasciato. Io pensavo che forse quello doveva essere l’ultimo dei motivi che aveva per lasciarlo, ma me lo tenni per me, era il risultato quello che contava. Era tornata con Paolo con il primo treno, era andata dalla madre ed era venuta da me perché non aveva più un telefono suo: Carlo gliel’aveva rotto qualche mese prima e lei non aveva avuto il permesso di averne un altro. Cazzo! Come aveva potuto permettergli di fare tutto questo!

Dopo un mese Carlo trovò, non si sa come, il suo numero. Lei aveva ripreso peso, era andata da una psicologa e aveva trovato anche un lavoro part-time. Cominciò a tempestarla di messaggi. Prima dolci, dolcissimi. Poi violenti e pieni di rabbia. Lei li ignorava. Tentai di convincerla a denunciarlo, quello era stalking, ma lei non voleva mettere nei guai il padre di suo figlio e che anche se era consapevole che quell’uomo aveva dei problemi, era certa che non sarebbe mai arrivato a farle del male.

Quella sera, Virgi era tornata a casa, da una uscita con me e altre amiche.  Ci eravamo divertite come ai vecchi tempi,  più volte mi sono ritrovata a guardarla e pensare che finalmente la mia Virginia era tornata. Quella sera, la trovarono priva di sensi nel sottoscala,  era in coma. Dopo poco la polizia scoprì che era stato Carlo.

Virginia morì dopo due settimane.

Paolo fu affidato ai nonni materni.

Tutte le settimane vado a trovarla sulla sua tomba e mi chiedo se avrei potuto fare qualcosa di più, e la risposta è sempre la stessa: sì!

Mi sono sposata senza lei accanto.

Virginia era morta già il primo giorno in cui aveva permesso a lui di mancarle di rispetto. O forse era morta quando io l’ho abbandonata a se stessa, nascondendomi dietro alla miope idea che fosse una sua scelta, quasi colpevolizzandola.

Aveva trovato la forza di chiedere aiuto e di voler davvero essere aiutata. Carlo, rendendosi conto che non aveva più potere su di lei, l’ha preferita morta.

L’amore è vita. L’amore è rispetto. L’amore è gioia. L’amore non è mai morte.

Una storia vera, una delle tante…

Francesca Galluccio

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