LETTERE ALL’ ITALIA. NON SONO SOLO CANZONETTE.

Spett. Sig.ra Italia,

sono stati giorni complicati: le elezioni, il coronavirus, le proteste per Sanremo.

Giorni in cui non si è capito chi ha vinto, ma sappiamo benissimo chi ha perso, la “politica”, quella vera, quella fatta di contenuti e programmi, quella che parlava alla testa e non alla pancia della gente. Giorni fatti di paura per cose che succedevano lontano da noi, e che poi ci siamo ritrovati in casa, ricordandoci come siamo fragili malgrado facciamo finta di essere eterni.

Un virus, una cosa incredibilmente piccola che potrebbe essere in grado di mettere in ginocchio dei continenti interi. Gli onnipotenti mercati, capaci di condizionarci la vita, che crollano, come giganti dai piedi d’argilla.

Ma noi, mia cara Signora, siamo suoi figli e abbiamo anche altre cose a cui pensare, e abbiamo continuato a parlare di Sanremo, indignati, curiosi e forse anche un po’ morbosi.

E intanto che le notizie correvano, venivano battute, lette, commentate, fraintese…le donne continuavano a morire per mano di amori sbagliati.

Il mese di gennaio, di un anno iniziato in maniera così complicata, si è chiuso con quattro femminicidi, un fatto che si è quasi perso nei labirinti di un’informazione troppo concentrata su altri argomenti più mediatici, più spendibili.

E mentre si discute se far salire sul parco di Sanremo un tipo mascherato, che sino a ieri cantava ( si fa per dire) l’abominio…altre vite vengono spezzate fra l’indifferenza di molti, di troppi.

Perché, mia bellissima Signora, non è proprio come canta un cantautore di altri tempi, non “sono solo canzonette”, la musica non lo è mai. La musica è comunicazione, prima che business, è stile di e specchio di vita, tendenza. La musica entra nelle nostre case, parla ai nostri figli, fa parte della nostra vita, volendolo o meno. Mi sarei aspettato un passo indietro da parte di “Mamma RAI”, un chiedere scusa, sarebbe stato bello, un esempio, un segnale che le cose potevano, e dovevano, cambiare. Le scuse ci sono state, usate per giustificare una partecipazione inaccettabile, un “è roba del passato, ora sono cambiato”. Ma intanto quei video, quelle parole, sono ancora lì, che pervadono l’etere, offendono i vivi e i morti, sono visualizzate, condivise, producono soldi. Ecco, appunto, la mercificazione di quello che si dovrebbe condannare a priori, bandire, annullare.

Su quel palco, dove si è cantato l’amore, esaltata la figura femminile, dove si è censurata parzialmente una canzone di Dalla perché definiva la gente del porto “ladri e puttane”, salirà uno che le donne le ha definite e raccontate in ben altri più vomitevoli modi. In una RAI che ha bandito per un lungo periodo di tempo “Dio è morto” di Guccini, perché raccontava di una periferia dimenticata dal Creatore, non si è più capaci di dire No, perché tutto è diventato followers, numeri, soldi.

Mia fantastica signora, assieme a questa lettera avrei voluto inviarle un gran mazzo di fiori, una rosa rossa per ogni sua bellezza artistica e naturale. L’ho composto quel mazzo, le rose erano tante, migliaia, stavo per inviarglielo, poi ho pensato che si doveva fare altro. Ho chiamato  fate ed elfi, personaggi incontaminati dal male, abitanti di un mondo  in cui le donne sono tutte principesse. Gli ho consegnato quelle migliaia di rose e gli ho raccomandato di metterne una per ogni donna morta per violenza fisica o ingiustizia sociale, mi hanno chiamato poco fa, i miei fatati amici, hanno terminato le rose, non sono bastate.

Suo fedelissimo.

Firmato: un figlio, un fratello, un padre, un compagno, un marito, un amico.

Antonello.

Antonello Rivano

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