LETTERA ALL’ ITALIA. PERCHÉ SANREMO È SANREMO(?).

Spett.le sig.ra Italia,

come non scriverle del Festival di Sanremo? Del resto tutto in questi giorni è passato in secondo piano, persino il coronavirus e la sconfitta, in casa, della Juve.
Ma cosa è dopotutto questo festival? Uno specchio in cui, una volta all’anno, gli italiani si riflettono e guardano cosa sono diventati, i segni degli anni che passano, le rughe della società e, contemporaneamente il suo novo volto, perché, come il mitologico Giano, ogni società ha almeno due facce, quello delle nuove e quello delle vecchie generazioni.

Sarebbe lungo, troppo lungo, descriverle trenta ore di spettacolo, per la maggior parte fatte di nulla, voglio allora dirle delle mie sensazioni, per lo più di rabbia, frustrazione, amarezza, e solo in minima parte, di soddisfazione.

Mia cara signora, le voglio subito dire che non sempre “il fine giustifica i mezzi”, perché qualcuno per il fine, avere visibilità, ha usato come mezzo l’insulto e la violenza sulle donne. Non basta togliersi, fisicamente una maschera per poi mettersene una seconda, di comodo, simbolica, ma anche per questo ancor più subdola e vile. Allora ecco che le parole passano dalla violenza verbale, correlata da quella in video, al ruffianismo politico: un testo, chiamarlo canzone non mi sembra il caso, che fa l’occhiolino a una chiara parte politica, una cover che inneggia alle sardine ed ecco che il “brutto anatroccolo” si trasforma in “cigno”, il “ranocchio” in “principe azzurro”  , sui social una ragazza ( ma è stata solo la punta di un iceberg) arriva a scrivere questo: “A …. Gliela tirerei con la fionda”, e allora capisci che certe lotte saranno ancora ardue. Vede mia cara signora ho omesso, volutamente, il nome del tipo (come si fa a chiamarlo cantante?), non l’ho fatto in questa lettera ne sui social, è il mio modo per dire quanto valga poco come artista e come uomo.

Doveva essere il festival in cui la figura femminile sarebbe stata esaltata al di là dell’aspetto fisico. Un frase ha fatto scandalo prima che tutto iniziasse: «questa ragazza ha saputo stare un passo indietro rispetto a un grande uomo». Ma i passi indietro li abbiamo visti anche sul palco, donne che si sono notate solo per come scendevano le scale o per come sbagliassero gli annunci. Donne che quando sono state chiamate a dire qualcosa di interessante era un’ora tarda, momenti in cui a chi era davanti alla TV interessava solo che cantasse il proprio beniamino. Donne ancora una volta usate per vendere un prodotto, per tenere incollati alla TV i telespettatori, anche grazie ai loro dolori, che del resto stavano vendendo.
E improvvisamente, ancora grazie alla magia del “magic box” tutto questo è passato in secondo piano, quando addirittura non si è voluto vedere del tutto!

Nel Festival in cui è passata per “imprevedibilità” una operazione di immagine pianificata da Gucci, l’unico “brivido” è stata la lite, quasi in diretta, tra Morgan e Bugo, con relativa squalifica.

Mia cara signora, anche Benigni mi ha deluso, per la modica cifra di trecentomila euro ci ha venduto una performance di seconda mano. Con la scusa del messaggio culturale ci ha propinato una lettura del Cantico dei Cantici già fatta nel 2006 in un teatro, mandata in onda anche da Sat 2000, emittente cattolica. Ma la merce, lei mi insegna mia cara signora, che si offre, deve essere adatta ai gusti di chi la compra, e allora basta sostituire qualche parola, ammiccare , alludere, rendere un testo sacro quasi un qualcosa di hard, l’ora è tarda, il pubblico bramoso di brividi…nonostante il sonno stia per avere il sopravento. Ma Benigni non è più Benigni, di quello di qualche anno fa è rimasto forse solo quanto richiede per una comparsata: tanti euro, troppi. L’effetto Standing Ovation non scatta, il rapporto fra il comico e il suo pubblico forse si è incrinato, finito, neppure la battuta, scontata, sull’ attualità politica fa presa.

E’ stato probabilmente il Festival di Fiorello, mia cara signora, anche se molte delle sue battute hanno fatto ridere solo Amadeus, un altro che ha saputo, e dovuto, stare un passo indietro. Lo show man ha tenuto il palco, riempito i vuoti, anche se spesso sembrava il ragazzo che era agli inizi della carriera, un animatore di villaggi turistici, più di una volta ha tolto le castagne dal fuoco all’amico.

Mia splendida signora, se tutto questo è specchio dei tempi lo sono anche, e soprattutto, i social, e lì ho assistito a un altro spettacolo. Nei tweet, nei post, ho letto noia e voglia solo di trasgressione, di trash …  di fatto se avesse votato solo quel popolo avrebbero vinto ben altri artisti.

Di fatto le attese erano per le performance di Achille Lauro e per i baci “proibiti”, tanto che quello dell’ultima serata è stato “chiamato” per ben quattro giorni; Lauro non ha fatto altro che aderire a una richiesta, cavalcare l’onda.

Allora chi ha vinto? Come sempre non quelli che sono saliti sul podio, o almeno non solo loro, per il resto staremo a Freddie Mercury

E’ stata anche una gara generazionale, in cui si è vista una contrapposizione ancora più netta che nel passato, quasi una frattura, mia immensa signora.

Questa volta i “vecchi” erano quasi tutti fuori gara, una metafora della vita?

Seguendo i social ho scoperto di essere un “Boomer”, che poi non sarebbero altro che quelli nati tra il 1946 e il 1965, ma soprattutto che come tale sono un po disprezzato, e un tantino odiato dai “Millennials”  e soprattutto dalla “Generazione zeta”, in pratica da figli e nipoti, soprattutto nipoti.

Si mia signora, in quei post e tweet si sperava che i “trasgessivi” facessero morire di rabbia noi Boomer, scandalizzandoci.

Ecco mia amata signora, forse sarebbe il caso che ricordassimo a figli e nipoti che noi Boomer siamo quelli che hanno visto Woodstock, Jimi Hendrix, amato  David Bowie, Freddie Mercury e i Rolling stones. Siamo stati sorcini, e in fondo non abbiamo mai smesso di esserlo, e ammirato un altro a cui piaceva stupire, ma sapeva, e sa, anche cantare e ha scritto cose meravigliose: un certo Renato Zero. Abbiamo la fortuna di poter ascoltare ancora la musica di questi grandi, perché è ancora viva, rendendoci giovani per sempre.

Bene mia dolce signora, come tanti italiani, mi sono visto pure io nello specchio e le cose che ho visto mi sono piaciute. Ed erano proprio la rabbia, l’ amarezza, la delusione e un pochino di noia, non so se lo stesso può valere per il resto dei dieci milioni.

Mi sono reso conto di non aver ancora parlato delle poche soddisfazioni: una su tutte, finalmente è terminato il festival e con questo, il mio impegno redazionale di seguirlo. Da oggi sono di nuovo un uomo libero.

Chiudo questa lettera con la consapevolezza che, una volta pubblicata sui social, qualcuno scriverà in un commento: “OK Bommer”, per ciò che significa lascio a voi approfondire.

Suo assonato

Antonello

Antonello Rivano

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